Di Niccolo’ Agostini

Come ogni anno ci avviciniamo al periodo natalizio e questo significa soprattutto una cosa: ad Arezzo torna la “Città del Natale”. Un evento che ormai è diventato appuntamento fisso, capace di riempire il centro storico di luci, mercatini, attrazioni e un’atmosfera che, almeno per un mese, trasforma la città. Quest’anno, tuttavia, ha un sapore particolare: sarà infatti l’ultimo Natale sotto l’attuale giunta. Resta da capire se la prossima amministrazione deciderà di proseguire su questa strada o virare verso altre iniziative.

Indubbiamente la manifestazione porta gioia e divertimento, riesce ad attirare famiglie e visitatori, e soprattutto rende “più viva” una città che troppo spesso appare spenta. Ma la domanda resta: porta davvero guadagno alla città?

I numeri raccontano di pullman carichi di turisti che si riversano ad Arezzo per una giornata, visitano i mercatini e ripartono la sera stessa. Un turismo “mordi e fuggi”, che lascia poco sul territorio e che difficilmente si può definire di qualità. A trarne vantaggio sembrano essere solo alcuni bar e locali del centro, ma l’impatto economico complessivo rimane discutibile. In molti casi, come accade a Venezia o alla vicina Firenze, capita perfino che i visitatori arrivino con il pranzo al sacco.

C’è poi un’altra questione, più culturale e identitaria. Cosa c’entra Arezzo con la “Città del Natale”? La città toscana ha un patrimonio artistico, storico e culturale immenso: la patria di Vasari e di Mecenate, un luogo che ha dato i natali a figure fondamentali della nostra storia. Eppure, a livello di immaginario, rischia di essere conosciuta solo per i mercatini e le luminarie.

Un episodio emblematico: anni fa, lavorando a Milano alla Rinascente, una ragazza chiese di dove fossi. Alla mia risposta “Arezzo”, lei replicò subito: “Ah, la città del Natale”. Capito? Non la città di Vasari, non la città dell’arte, ma semplicemente quella dei mercatini natalizi.

Detto ciò, sarebbe ingiusto negare che la manifestazione porti comunque vitalità. In una città che fatica spesso a valorizzarsi, un evento così atteso rappresenta almeno un’occasione per far parlare di sé. Personalmente, spero che la “Città del Natale” continui, ma allo stesso tempo sarebbe auspicabile affiancarla ad altre iniziative più coerenti con l’identità culturale e artistica di Arezzo.

Un esempio? Qualche anno fa ci fu Icastica, una rassegna di arte contemporanea di grande spessore, che seppe proiettare Arezzo in un contesto internazionale senza snaturarne l’anima. Eventi di quel livello, affiancati a quelli più popolari e turistici, potrebbero creare un equilibrio tra intrattenimento e valorizzazione culturale.

Arezzo ha bisogno di vita, sì, ma anche di eventi che la rappresentino davvero. La “Città del Natale” è un inizio, un modo per attrarre persone e rendere il centro più vivace. Ma per il futuro serve di più: servono manifestazioni capaci di restituire alla città la sua vera immagine, quella di culla d’arte, storia e cultura. Solo così Arezzo potrà essere ricordata non soltanto come la città delle luminarie, ma per ciò che realmente è e che merita di essere.

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